INTERVISTA A CETTINA MILITELLO
di Clara Aiosa
In occasione dell’80 compleanno della prof.ssa Cettina Militello, ci è sembrato doveroso dialogare con lei, socia fondatrice della Sirt e presidente per dieci anni.
Cettina, ci puoi ricordare la nascita della Sirt, i motivi ispiratori che ti hanno portato, assieme agli altri soci fondatori, a dare vita a un’associazione teologica? Cosa vi ha mosso? Quali le attese?
Bisogna ritornare alla fine degli anni ’80. Fui raggiunta da una telefonata di don Rino Fisichella, Ci eravamo conosciuti qualche tempo prima in occasione del dottorato di uno dei nostri alunni, preconizzato a insegnare teologia fondamentale. Don Rino era il correlatore. Mi piacque molto il suo argomentare e, tornata a Palermo, ne parlai con il Preside dell’Istituto Teologico San Giovanni Evangelista, dicendogli che avevo incontrato un giovane professore le cui osservazioni mi erano sembrate davvero pertinenti. Tant’è che lo invitai al Colloquio dell’Istituto Costanza Scelfo il cui tema nel 1987 era Teologi laici nelle Chiese cristiane. Non venne, ma inviò un testo scritto poi pubblicato negli Atti. Nella telefonata in questione mi parlò della possibilità di dar vita non a una associazione ma a una sorta di laboratorio amicale diretto a investigare e promuovere il novum in teologia. Devo dire che pur non avendo mai ritirato la mia iscrizione all’ATI quelli erano anni di difficoltà. Dico sempre che a salvare l’Associazione Teologica Italiana furono la tenacia di mons. Luigi Sartori di cui conservo un grato ricordo e la caparbietà di don Donato Valentini. Quest’ultimo mi chiese personalmente di non lasciare l’ATI, ma, evidentemente, nata la SIRT, è a quel laboratorio che ho dedicato i miei anni di mezzo. L’idea era quella di un gruppo di amici che, senza litigiosità e contrapposizioni esasperate, lavorassero insieme, interdisciplinarmente, dialogando anche con le scienze altre, per promuovere la ricerca teologica a servizio della Chiesa italiana. Accettai di buon grado di far parte del gruppo dei fondatori. Li ricordo: Angelo Amato, Marcella Farina, Rino Fisichella, Andrea Milano, Carlo Rocchetta, Bruno Secondin, Salvatore Spera. Ricordo il momento della fondazione, l’atto notarile. Don Rino era il più giovane. Io e Marcella stavamo a mezzo.
Non è che il dia-bolos ci abbia ignorati. Credo però, malgrado le fisiologiche defezioni, che la Sirt sia rimasta fedele ai suoi scopi originari. È però rimasta sospesa l’idea che fossimo una sorta di contraltare all’ATI e questo lo abbiamo pagato caro a livello di audience. Abbiamo sofferto di un boicottaggio subdolo, anche se questo non ha impedito a diversi l’accesso all’episcopato e, sul fronte dei laici, a un meritato credito sotto il profilo scientifico.
Per me la SIRT è stata una occasione gratificante. Relegata in provincia, nel nuovo gruppo di amici respiravo apporti multipli che ovviamente acuivano la mia sensibilità e ricadevano positivamente sul mio insegnamento. Purtroppo la mia prima esperienza di convegno teologico – l’ATI si era raccolta a San Giovanni in Fiore – era stata traumatica. Mi ero immaginata una sorta di paradiso e un contesto relazionale rispettoso ed empatico; appena trentenne e alla mia prima uscita come teologa, rimasi sconvolta dalla violenza verbale con cui si contrapponevano non pochi soci. Scoprii poi l’adagio medievale che dice perniciosissima la rabies theologorum. Si fa presto a scambiare la propria tesi per la verità tout court. La verità invece sta sempre oltre le nostre piccole congetture e va cercata con umiltà e rispetto, perché ciascuno di noi può essere portatore di un suo frammento… Devo anche dire che malgrado persone illuminate come mons. Sartori facessero di tutto per metterci a nostro agio – tra le donne ricordo Adriana Valerio – la volgarità clericale finiva con l’avere la meglio. Un teologo illustre, tra i più accreditati a tutt’oggi in Italia, ebbe la malaugurata idea di farmi l’odiosa domanda: “signora o signorina?”. E dinanzi alla mia faccia allibita – già Elisa Salerno e non solo lei, e siamo a inizio del secolo XX inorridiva dinanzi a una simile domanda – se ne uscì dicendomi: “Ma non le ho chiesto se è vergine”. Risposi che il mio segno era il leone. Confesso che a tutt’oggi mi sento a disagio per quella indebita incursione nel mio privato. Mai una domanda del genere sarebbe stata rivolta a un maschio. E questo solo per darti un esempio delle tante spine – rievoco il protagonista de Il Gattopardo – che hanno ferito la mia sensibilità di donna, di credente, di teologa.
Nei lunghi anni della tua presidenza (1995-2004), la Sirt ha vissuto una stagione feconda. A te si deve l’intuizione della ri-scrittura del Simbolo apostolico e la proposta del progetto di ri-scrittura del Concilio, in particolare delle quattro costituzioni conciliari. Quale è secondo te il bilancio del cammino della Sirt sino a oggi?
Ecco, quando parlavo della mancata audience mi riferivo proprio alla ricerca e alla ri-scrittura del Simbolo Apostolico, un percorso durato più di dieci anni e scandito da dodici volumi a più voci. Abbiamo riflettuto articolo per articolo cercando di capirne il senso e soprattutto cercando di renderlo portatore di senso nell’oggi che viviamo. La prima decade del nuovo secolo ci ha visti impegnati in questo lavoro titanico, sino al laboratorio di scrittura che non ha tradotto il testo, ma lo ha riscritto, cercando appunto le espressioni più idonee per il dire la fede nell’oggi. Non mi pare che qualcuno se ne sia accorto, neppure l’editore, tanto il volume era pagato e non richiedeva nessuna promozione. Il paradosso ultimo è stato il saggio di Maria Cesare che aveva avuto dalla Sirt il compito di tentare di ricostruirne il testo critico. Il volume è apparso senza che venisse posto in relazione con il cammino della Sirt che pure aveva promosso e pagato la ricerca. Temo proprio che in questo anno memoriale di Nicea nessuno ne abbia richiamato la fatica, né tanto meno ci si è posti il problema scientifico di registrare lo sforzo fatto e relativamente al Simbolo come tale e relativamente al Simbolo Apostolico nel suo ovvio rapporto con la formulazione di Nicea.
Sei stata promotrice delle giovani teologhe e dei giovani teologi. Come vedi oggi la loro presenza nel panorama teologico attuale? Che messaggio ti senti di rivolgere alle giovani e ai giovani impegnati nello studio e nell’insegnamento della teologia?
Ho scoperto poi la frase attribuita a Leonardo da Vinci che dice “tristo” quel maestro che non sia stato superato dai propri allievi. Ma senza tanta blasonata opinione ho voluto questo nei miei allievi: che andassero oltre con fantasia e creatività, tra l’altro con gli strumenti che come battistrada non ho avuto. Davvero non pensavo che avrei insegnato teologia. Era già un miracolo frequentarne i corsi accademici. Mi sono trovata dunque priva di strumenti che grazie a Dio la generazione venuta dopo di me possiede e alla grande. Ho avuto forse un migliaio di allievi negli oltre 40 anni di insegnamento. Ho pagato un prezzo durissimo per aver promosso le donne e per averle avviate alla ricerca e all’insegnamento. Ma non ho fatto distinzione tra donne e uomini, laici o chierici che fossero. mi importava che fossero capaci e appassionati. Continuo a dire: studiate donne, studiate. Ma questo vale anche per gli uomini. La Chiesa cambia se il popolo di Dio cresce in competenza e coscienza, se si lascia divorare dalla passione per la parola di Dio, dalla ricerca di Lui Bellezza e Verità eccedente. Scusami, non so se ho risposto a tono, ma credo si capisca quello che voglio dire.
Aggiungo che sono fiera di non pochi miei allievi e spero che tengano duro. Purtroppo nella società come nella Chiesa si preferisce l’indifferenza e l’ignavia e l’ignoranza. Il pensiero critico disturba. Ma che fede è quella che non si interroga e si lascia interrogare?
E della teologia italiana cosa pensi?
Trovo molto stimolanti alcune colleghe di seconda e terza e quarta generazione. Le preferisco ai colleghi. Credo che il futuro della teologia appartenga alle teologhe più che ai teologi. È un pensiero più fresco, meno carrierista, più creativo. Non voglio comunque passare per razzista. Più in generale trovo che ci sia persi su questioni di metodo, rinunciando ad andare oltre. La migliore teologia italiana è stretta nelle forche caudine dei prolegomeni. Al maschile l’apporto migliore è venuto dalle istanze ecumeniche. Penso a mons. Sartori, senza dimenticare i collegi valdesi, primo tra tutti il carissimo Paolo Ricca. Certo non è mancata la riflessione ecclesiologica, com’era obbligato dopo l’input conciliare. Però, malgrado tutto, dietro i nomi che contano, resta sotterranea l’istanza apologetica, di cui generazionalmente e da laica mi tengo ben lontana. Anche chi ha provato a costruire una sorta di simbolica è stato felice a tratti. E, sono di parte, preferisco la produzione meridionale a quella settentrionale. La trovo più viva e pertinente. Un po’ più coraggiosi sono stati i moralisti e l’hanno pagato cara la loro libertà, almeno quelli che mi sono più prossimi per sensibilità. L’Italia è troppo vicina alla sede romana e spesso si esibisce in quella che chiamiamo “teologia di corte”. In diversi stendono i testi del papa e poi ne forniscono adoranti ermeneutiche. Più in generale si finisce con il chiosare il magistero. Insomma non è teologia il culto della personalità, si trattasse pure del successore di Pietro in un rocambolesco accomodarsi allo stile e al pensiero del papa di turno. Un apporto creativo è venuto dai liturgisti. Forse il loro è l’apporto più significativo alla teologia italiana del post-concilio.
In un contesto multi religioso e multiculturale quale è quello attuale, stanno emergendo altre teologie (africane, asiatiche, latino-americano, ecc). Cosa ne pensi?
Abbiamo tanto da apprendere, tanto da ascoltare. Basta con la colonizzazione teologica. Non è facile dismettere la spocchia eurocentrica e romanocentrica. Il futuro della fede è altrove e bisogna riconoscerlo.
Ti consideri figlia di un tempo di cambiamenti felici, pensando soprattutto al concilio Vaticano II e ripeti spesso che ti è toccato di vivere una stagione singolare, ricca e creativa, pur soffrendo per la profezia conciliare inascoltata. Cosa ti fa sperare e cosa ti amareggia?
Sono figlia del Vaticano II. Ho raccontato ne Il sogno del Concilio cosa quest’evento ha rappresentato per me personalmente. Non voglio ripetermi. Se un rammarico ho è quello del Concilio azzoppato, di una Chiesa bloccata per scelte meschine. Per il proprio misero e risibile tornaconto se ne sono bloccati i progetti, inariditi i frutti, silenziati i profeti. Ma la Spirito ci conduce ciò malgrado. Ne sono convinta e perciò resto inguaribilmente ottimista.
Come fondatrice e direttrice dell’Istituto Costanza Scelfo per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa hai organizzato Colloqui le cui tematiche hanno messo a tema problemi di grande rilevanza teologica ed ecclesiale. Lasciando il testimone dell’Istituto quale è il tuo bilancio e quali le prospettive?
Lasciami ricordare com’è nato l’Istituto. Costanza Scelfo mi è stata alunna nel mio primo anno di insegnamento. Mons. Marcatajo, un presbitero palermitano di una certa cultura, aveva aperto immediatamente dopo il Concilio una scuola di teologia per laici. Allo stesso era stato affidato il settore scuola, oggi lo diremmo un vicario per la cultura. Quando nacque l’Istituto San Giovanni Evangelista per la Sicilia occidentale, Marcatajo capì che se voleva che la sua scuola sopravvivesse doveva legarla al neonato istituto. Fu così che nell’anno accademico 1975/76 il vecchio istituto di teologia per laici venne incorporato dall’Istituto San Giovanni Evangelista e i già alunni confluirono nella nuova istituzione. Costanza Scelfo fu una di queste e si ritrovò assieme ad altre mie alunne “storiche” quali Silvana Manfredi e Ina Siviglia. Provenivano tutte dalle Comunità di vita cristiana, le vecchie CVX. E poiché la lungimiranza dell’allora preside fondatore adottò una formula che rendeva fruibili i corsi insieme, tanto agli allievi del corso accademico (per vecchio privilegio il seminario di Palermo conferiva il baccellierato in teologia) che a quelli del neonato istituto di Scienze Religiose, fu possibile vivere una straordinaria quanto insolita esperienza di fruizione alla pari della teologia con gratificazione dei laici e obbligata apertura dei candidati agli ordini. Costanza era già stata operata di cancro e aveva cercato di combattere la malattia approfondendo le ragioni del credere. Era straordinaria nella normalità di un vissuto altoborghese, capace di una singolare attenzione agli altri. Costanza sapeva ascoltare e capiva in profondità cosa c’era in chi le stava davanti. Per quanto mi riguarda colse le mie paure. Insegnare teologia era l’ultimo dei miei progetti. Ero paga di averla studiata e, d’altra parte, come rifiutare una proposta così nuova. Ma la paura era tanta. Costanza capi e mi restò accanto. Devo dire che all’inizio né per i colleghi né per i seminaristi la mia presenza costituì un problema, ma una teresiana, lettrice di spagnolo all’Università di Palermo, ritenne in coscienza di dover andare dal preside a protestare perché una donna non poteva insegnare teologia. Ovviamente lo seppi anni dopo. Ricordo un curioso episodio con la stessa. Ero invitata a pranzo dal cardinale e ovviamente stavo in anticamera e sarai entrata per ultima. Lei non lo sapeva e, fatta entrare prima, si scusò quasi avesse avuto un trattamento privilegiato…
Ma a parte l’aneddotica – e potrei dirti ben altro – Costanza intuiva quanto fosse complicato mettere insieme aperture e pregiudizi. E agì con ferma dolcezza. Scoprii poi, vedendola assente, che si era operata per la seconda volta. Tornò presto alle lezioni e prese il diploma. Poi – allora si poteva fare – lei come Silvana e Ina integrarono i corsi mancanti per conseguire il baccellierato. Nel frattempo nasceva la Facoltà Teologica di Sicilia. Costanza ne fu la madrina, adoperandosi in ogni modo perché il progetto avesse successo. Ma la malattia faceva il suo corso. Veniva a lezione tra una chemio e l’altra, sempre perfetta, sempre pronta ad ascoltare e ad aiutare chicchessia. Era al secondo anno di licenza quando venne meno. Suo marito volle ricordarla e il preside suggerì di dar vita a un Istituto che portasse avanti la causa delle donne e dei laici. Ed è quello che abbiamo fatto per quarant’anni. Purtroppo per motivi diversi l’Istituto non ha mai avuto una dotazione. I diversi colloqui si sono svolti grazie all’intervento volta per volta della famiglia e poi anche grazie alla partecipazione della CEI. L’arco dei colloqui ha sempre alternato la questione donna e la questione laici. Esordimmo con il Colloquio: Donne studio ricerca insegnamento della teologia. Era la prima volta. Ci ritrovammo in 40 a Baida, ospiti della diocesi di Palermo e del card. Pappalardo che seguì i lavori e additò Maria come la prima teologa commentando Lc 2. Poi i colloqui sono stati tanti, sempre a due voci, molti in prospettiva ecumenica. Ci rese famosi nel 1988 il Colloquio Donne e ministero: un problema ecumenico. Fu la prima volta che avemmo ospiti internazionali, anche se, nel 1987 era stato Alexandre Faivre ad aprire i lavori del Colloquio Teologi laici nelle Chiese cristiane. Vennero due docenti, una da Ottawa e un’altra da un città del New Mexico. A quel colloquio parteciparono Kari Børresen, Hervé Legrand, Paolo Ricca…
Credo che i Colloqui, come dice il nome, siano stati una esperienza bella e arricchente. Il loro valore scientifico è affidato agli Atti, tutti pubblicati, tranne in un solo caso.
Nel mio passaggio a Roma, per volere della famiglia l’Istituto restò legato alla mia persona. Fu allora che chiesi ospitalità alla Sirt che lo ha accolto, stante i suoi statuti, come “Divisione di speciale attenzione”. E anche di questo sono molto grata ai miei amici e colleghi che negli anni hanno sentito l’attività dell’Istituto come parte integrale del vissuto dell’Associazione.
Cettina, ci parli delle tappe principali della tua ricerca e del tuo percorso in campo teologico?
Devo i miei studi teologici a un incontro provvidenziale. In verità il tarlo di una fede pensante ha caratterizzato tutta la mia vita. Mi divorava la voglia di sapere e di capire. Vengo da una famiglia credente e praticante. Sono cresciuta in AC, anzi nella GF, già beniamina, poi aspirante e giovanissima. La mia parrocchia era guidata dai Missionari del Sacro Cuore, una congregazione nata in Francia, credo nell’800, molto segnata dalla devozione mariana. Era una parrocchia viva, guidata da parroci diversamente attivi, alcuni con uno straordinario bagaglio culturale. Per intenderci in quella parrocchia crebbe, ad esempio, Lia Cerrito, fondatrice della Crociata del Vangelo, la cui eredità fu raccolta dal beato Pino Puglisi.
I padri coltivavano la nostra intelligenza. Era il cristianesimo impegnato degli anni ’50. Un cristianesimo critico, attento, aperto a tutto campo anche al sociale.
Per me l’AC fu la prima palestra teologica. Giovanissima frequentai i corsi di propaganda, come li si chiamava allora. Fu lì che imparai a parlare in pubblico. Infatti ci esercitavamo a tenere vere e proprie piccole conferenze. E per prepararci ci venivano forniti strumenti teologici.
Se avessi potuto mi sarei iscritta a teologia dopo la maturità, ma non era ancora possibile. Ripiegai sulla filosofia. Volevo insegnare estetica…
Guidavo allora il Movimento studenti di AC. E partecipando a un incontro regionale incontrai Crispino Valenziano. Lavoravo alla tesi che non era di estetica. L’oggetto era il personalismo sociale di Emmanuel Mounier. Valenziano aveva lavorato a Maurice Nédoncelle, personalista metafisico. Questo convergere sul personalismo fu il pretesto per una corrispondenza fitta. A laurea conseguita, Valenziano mi disse: ma perché non ti iscrivi alla Facoltà di Teologia? Devo aggiungere che quello fu per me un tornante complesso. Le mie posizioni in AC non avevano l’approvazione dell’Assistente ecclesiastico. Ero fidanzata e mi resi conto che stavo prendendo una cantonata. Insomma una crisi totale per uscire dalla quale occorreva un taglio netto. Chiesi sia all’Assistente ecclesiastico che al mio direttore di tesi una lettera di supporto presso il Comitato Cattolico Docenti Universitari. Ottenni una borsa di studio ed economicamente indipendente (800.000 lire annue) mi iscrissi a Roma alla Gregoriana. Preciso che il primo anno lo feci all’Angelicum perché la Gregoriana mi chiedeva di rifare la filosofia. Finito il primo anno non ci furono problemi al trasferimento. Conseguii la licenza nel 1972 e in quello stesso anno morì Santino Caramella, il prof. che garantiva per me. Fu un altro momento buio. Gabrio Lombardi mi disse di coglierlo come opportunità e di iscrivermi al dottorato. Ancora per due anni ho goduto della borsa di studio, anche se, finita la frequenza dei corsi, cominciò il travaglio della tesi. Volevo dedicarla al rapporto Donna Maria Chiesa. Alla Gregoriana non c’era nessuno che potesse guidarmi. Provai al Marianum, ma anche lì volevano che frequentassi due anni per accedere al dottorato. Ripiegai allora su consiglio di p. Giuseppe Ferrari su Giovanni Crisostomo, Mi suggerì di leggerne le lettere a Olimpia. Ne rimasi folgorata. Non mi resi conto scegliendo di lavorare alla donna in Giovanni Crisostomo che mi aspettavano 16 volumi del Migne.
Avevo 27 anni e dovevo pur pensare a mettere i piedi per terra. Ritornai a Palermo e con qualche difficoltà ottenni d’insegnare religione, ma quasi contemporaneamente, Valenziano con l’avallo del card. Pappalardo mi chiamò a insegnare all’Istituto di Scienze Religiose. L’anno dopo insegnavo al corso istituzionale. Esordii con 12 ore di Introduzione alla Teologia e 36 di Ecclesiologia. L’introduzione passò in altre mani e si incrementarono le ore di ecclesiologia.
Sinceramente avrei preferito un corso più cervellotico, ad esempio, il Trattato sulla Trinità. Ma non ero in condizioni di scegliere. Piuttosto dovevo accettare di buon grado quello che mi si offriva. Però la mia conversione all’ecclesiologia fu totale. Come ho scritto a margine de Il Corpo Crismato, nel maggio 1975, scrissi alla lavagna quello che sarebbe stato lo schema dei miei corsi a venire. Credo che la cosa più originale sia stato l’aver colto l’interfaccia, nella Chiesa, tra struttura e funzione e soprattutto l’aver colto nello Spirito Santo il principio attivatore del passaggio dall’una all’altra. Posso aver detto cose risapute. Ma quello schema, quel nesso, è ciò che costituisce l’originalità del trattato come l’ho pensato e articolato. Devo aggiungere anche che non ho mai pensato il discorso sulla chiesa se non che in chiave multidisciplinare e interculturale. Lampada ai miei passi è stata OT 16. Alle spalle la coscienza di Chiesa elaborata sin dalla mia infanzia: la chiesa siamo noi; ovvero: noi siamo Chiesa.
Naturalmente come donna non potevo non far mia la causa delle donne e la causa del ministero femminile. Questo è l’altro filo rosso della mia ricerca che si è necessariamente per solidarietà sororale intrecciato con l’attenzione a Maria. Non ho mai prodotto un trattato di mariologia, tranne che quello esiguo pubblicato nel 1992 per Piemme. Ma penso che i diversi saggi, frutto soprattutto di convegni, usciti quasi a distanza di venti anni nei due volumi Maria con occhi di donna, un certo contributo critico l’abbiano dato.
La tua attività accademica e teologica è enorme. C’è una tua bibliografia completa? Quale delle tue opere consideri la più riuscita e ritieni che abbia influito sulla teologia contemporanea?
Mi è toccato d’insegnare, soprattutto, dopo il passaggio a Roma, in centri diversi. Al Marianum insegnavo già ad anni alterni e mi sostituiva a Palermo per una parte del corso Filippo Cucinotta. Ma la precarietà della mia condizione mi ha obbligata a insegnare anche altrove. Innanzitutto ho dato un corso di ecumenismo all’Auxilium, ma era sfibrante raggiungere quella sede. Si moriva per strada. Ho insegnato poi per diversi anni al Claretianum. Questo mi ha costretta a prendere posizione sulla vita religiosa. Poi si è aggiunto il Teresianum, e anche lì ho insegnato a lungo sino al mio 70° anno. A metà degli anni ‘90 ho chiesto venisse trasferita la mia stabilità a S. Anselmo, dove nel frattempo ero docente invitato. Vi ho lungamente insegnato Ecclesiologia e Liturgia. Ma ho insegnato anche a Palermo, alla Facoltà di Architettura sempre sul rapporto ecclesiologia liturgia spazio sacro. Su invito di Adriana Valerio sono stata anche invitata al Suor Orsola Benincasa di Napoli. E ho un ricordo bellissimo del corso di Escatologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Ho avuto una classe eccezionale e insegnare è stato veramente gratificante. Così tanto, che sopraggiunte delle difficoltà tecniche di orario, ho preferito rinunciare all’invito, lasciando intatto il sapore di una esperienza davvero singolare e, a mio parere, irrepetibile. Poi sono ritornata anche a Palermo, alla Facoltà Teologica. Ma, come tutti sanno, ho preferito chiudere, malgrado le pressioni a continuare. Penso che bisogna fare spazio ai giovani ed è deleterio impedir loro di farsi le ossa lasciandoli in eterno ad aspettare che venga il loro turno. Non me ne pento. A ogni età della vita bisogna sapersi reinventare.
Se di qualcosa mi rammarico è che non sempre la mia passione è stata corrisposta. Da studente lamentavo il disinteresse dei miei compagni verso la teologia. Ho seguitato a lamentarmene anche da docente. Non era così ai corsi di licenza e dottorato ovviamente, ma all’istituzionale l’attenzione alle materie teologiche lasciava molto a desiderare, quasi che la pastorale non avesse bisogno di essere sostanziata da una fede riflessa.
Tu però mi chiedevi della mia bibliografia. É completa sino al volume curato di Calogero Caltagirone e Gianluigi Pasquale per i miei 70 anni. Nell’ultimo decennio sono stata un po’ disordinata…
Quanto al lavoro di cui vado fiera, certamente è La Chiesa. Il corpo crismato. Lì è compendiata la mia quarantennale riflessione ecclesiologica. Certo ho scritto anche altro, anzi ho scritto tanto. Ma in quel volume ci sono io a tutto tondo, con le mie passioni e anche con i miei limiti…
Sei stata la prima a coniare la definizione di “teologia al femminile”. Vuoi ripercorrere sinteticamente questa intuizione?
Negli anni 70-80 parlare di femminismo appariva sovversivo. In particolare dovevo poter restare a insegnare e questa era la cosa più importante. Coniai quell’espressione come alternativa a quella che non potevo usare. Però, onestamente, credo sia chiaro come mi sia collocata nell’alveo di una teologia femminista. Non ho mai nascosto la mia posizione relativamente alla questione ministero, né ho mai minimizzato il vulnus di una Chiesa misogina maschilista e clericale. Quello della teologia al femminile fu un espediente per dire, magari con un po’ più di diplomazia, quello che andava detto. E se guardi al percorso dell’Istituto Costanza Scelfo ne hai la riprova.
Sei socia fondatrice del Coordinamento italiano delle donne teologhe (CTI). Cosa pensi di questa realtà?
Pensavo che le donne dovessero stare dentro le associazioni esistenti, non ghettizzarsi. Ma, al dunque, nel momento in cui la caparbia tenacia di Marinella Perroni ebbe la meglio, non volli restarne fuori e dunque andai anch’io dal notaio a sottoscrivere la nascita della nuova Associazione. Devo dire che di visibilità alle teologhe il CTI ne ha data molta. Purtroppo, non credo, alla fin fine, che il ghota teologico maschile ci prenda davvero sul serio. Però senza il CTI le donne sarebbero rimaste fuori da tante congiunture ecclesiali e non. E, dunque, Marinella aveva ragione… Confido molto nel futuro. Ho detto e ripeto che guardo con simpatia i modelli emergenti, le giovani teologhe che mettono insieme famiglia e ricerca. La mia generazione era obbligata a farsi invisibile per acquisire il diritto di esistere. Ora invece le teologhe possono anche ostentare glamour e scienza, senza temere che il primo renda improbabile la seconda.
E della ricerca teologica delle donne?
Ti ho già risposto, credo. Sono fiduciosa. La considero la vera risorsa per la teologia a venire…
Quale è il tuo pensiero sul futuro delle donne e dei laici nella chiesa? E sul presente?
Mi sforzo di essere ottimista. In verità non mi aspetto grandi mutamenti a breve. Le donne nella Chiesa cattolica restano marginalizzate e tutti gli sforzi di dar loro potere cozzano dinanzi al fatto inoppugnabile che si nega loro ogni potestas sacra. Intendiamoci a me l’espressione potestas sacra sa di ossimoro. I seguaci di Gesù di Nazaret dovrebbero avere in lui il modello e non mi pare che abbia smanicato per acquisire potere, anzi si è polemicamente ben guardato dal fare proprio sia il modulo imperialista del potere civile sia quello religioso del potere sacrale. La potestas di cui pure tutti in Lui siamo investiti, il mistero dell’unzione, è nel segno dello Spirito Santo. Si tratta di un vero e proprio capovolgimento delle regole umane, perché l’exousia che ci viene dallo Spirito ci rende liberi e responsabili, e proprio per ciò capaci, reciprocamente riconoscendoci tali, di far crescere il corpo di cui Cristo è il capo. Non so (in verità lo so bene) perché la libertà cristiana, la soggettualità battesimale-crismale ha ceduto a meccanismi di sopraffazione e di onnipotenza sacrale. Eppure non era questo il disegno di Gesù di Nazaret. Tutt’altro. Ci siamo appiattiti sui modelli socio-culturali via via dominanti rinunciando alla peculiarità della sequela e ai suoi paradossi. Le donne hanno pagato il prezzo più alto e con loro anche i laici, visto che si tratta di categorie senza potere, non perché difetti loro il dono dello Spirito ma perché, ignorandolo, li si è voluti sudditi e schiavi.
Se la Chiesa non si declericalizza, se non abbandona la cultura patriarcale, se non dismette la sua congenita misoginia non so quale possa essere il suo futuro come istituzione.
Quanto al presente non vedo all’orizzonte chi possa farsi carico delle necessarie riforme. Diciamo che temo il protrarsi di una situazione di stallo. Purtroppo fermarsi equivale a tornare indietro.
Hai sempre affermato il legame inscindibile tra ecclesiologia e antropologia. Ci sintetizzi il tuo pensiero? Quali sono i motivi che secondo te hanno ostacolato e ostacolano la piena partecipazione dei laici e delle donne nella chiesa?
Mi pare di avere già risposto. Certamente nella questione donna influisce una antropologia dei sessi inadeguata. Non può darsi differenza ontologica tra uomini e donne. Si è allo stesso titolo persona. Proiettare nella donna un umano depotenziato – il maschio abortito di aristotelica memoria – appartiene a culture pre-scientifiche e lontane. Quanto ai laici la questione antropologica investe la cornice culturale. Un universo piramidale che ha alla sommità un despota espressione della assolutezza divina dice l’asservimento del cristianesimo a orizzonti culturali patriarcali che fanno nella figura paterna lo stesso potere divino. Il cristianesimo, invece, a parte l’esemplarità di Gesù di Nazaret il cui messaggio è polemicamente antipatriarcale, avrebbe dovuto assumere come referente il mistero trinitario, la relazionalità circolare di un Dio uni-trino, purtroppo espressa con nomenclatura familistico-patriarcale. Dire diversamente Dio non solo scioglie il divino dai lacci univoci della maschilità, ma soprattutto mette in evidenza una relazione circolare in cui la singolarità di ciascuna delle persone si riverbera sulle altre in una danza pericoretica che esalta le differenze e le attesta quali ricchezze originanti eccedenza di vita. Non dimenticare poi che il Dio trinitario rompe lo schema binario delle nostre concettualizzazioni e sedimentazioni culturali aprendo al dono e alla gratuità.
In tempi non sospetti hai parlato di “agonia” e/o di “morte” delle comunità cristiane: liturgie statiche, omelie ripetitive, preghiere distratte, assenza di accoglienza, di slanci profetici, ministerialità laicali e femminili mortificate e/o negate. Lo pensi ancora?
Di agonia del cristianesimo si parlava già nei primi decenni del secolo XX. L’espressione, dunque, non è mia. Di certo ho lamentato e lamento comunità asfittiche, prive di slancio, chiuse nel tran tran di una religiosità abitudinaria e fiacca che non ha più presa nelle generazioni di mezzo e soprattutto in quelle giovani. Mi è arrivata in questi giorni una foto allucinante. Dietro una grata chiusa da un lucchetto sta un ostensorio. La proposta sarebbe quella di una adorazione eucaristica proposta ai passanti. Ma di che parliamo? A parte l’orrore teologico di un culto eucaristico sganciato dalla celebrazione liturgica, pensiamo davvero che siano questi espedienti a dare vigore alle nostre comunità? È pastoralmente vincente un ostensorio staticamente offerto ai passanti, o non bisognerebbe uscire dal chiuso delle chiese e delle sacrestie e chiedere ai passanti come si sentono, cosa pensano, che senso danno alla loro vita. Un’ostia stantia può supplire l’interpellanza da persona a persona, la testimonianza e la cura di chi crede verso chi ha perso il senso dello stare al mondo e magari di tutto si cura meno che degli altri?
Penso che la debacle delle nostre comunità – non tutte, per grazia di Dio – nasce dalla pretesa di un prete tutto fare, detentore dell’accesso al sacro, che riassume nella sua persona e nel suo ministero tutte le possibili varianti di un servizio che, se reso responsabilmente da tanti, alla fine coinvolgerebbe tutti, anche i lontani. Per non dire poi dell’assurdo di uomini soli, sovrastimati socialmente ed ecclesialmente, i quali proprio per questo finiscono con darsi leggi proprie sino a rinnegare promesse e voti e ad abusare psicologicamente e/o fisicamente di quelli di cui dovrebbero farsi carico non per asservirli ma renderli liberi, capaci di discernere e assolvere al carisma proprio.
La crisi delle nostre comunità nasce dal mancato coinvolgimento dei fedeli, uomini e donne. Nasce dal supporre ancora possibile uno schema di soggezione. Riconoscere i carismi e metterli in circolo: questa la sfida. La comunità è tale se in essa tutti si riconoscono e svolgono il compito a ciascuno proprio.
Ultimamente la riflessione teologica sembra aver dato il “congedo” o “archiviato” la teologia del laicato. Cosa ne pensi?
In anni ormai lontani il mio slogan era; dai laici al laos, dai chierici al kleros, dando a laos e kleros una valenza collettiva. No, non credo nella teologia del laicato; credo nel binomio carismi-ministeri. Il circolo ecclesiale allora funziona davvero se ciascuno è aiutato a scoprire il proprio carisma e a tradurlo in ministero. Non parlerei di teologia del laicato ma di teologia dei carismi-ministeri.
Non è mancata nella tua ricerca teologica l’attenzione al rapporto chiesa-liturgia-architettura. Ce ne parli?
È stato Valenziano a farmi da maestro. Ho capito sotto la sua guida che il cosiddetto spazio sacro in realtà reduplicava, fotografava l’assemblea che lo abitava. Insomma che c’era un nesso intrinseco tra spazio, liturgia e Chiesa. Anzi lo spazio liturgico e la celebrazione costituivano nel tempo l’immagine dell’autocomprendersi della Chiesa. Lo spazio liturgico, insomma, come casa del popolo di Dio, che vi si raccoglie per esprimere se stessa e lodare Dio nelle forme espressive della sua propria cultura. Ho raccolto alcune esemplificazioni nel volume La casa del popolo di Dio. Una cosa che ho trovato intrigante è stata la collocazione di altare e ambone e vasca battesimale. Le mutazioni diverse di questi tre elementi dicono il collocarsi diverso dell’assemblea verso se stessa, verso la Parola di Dio e la comprensione del mistero celebrato.
Ripensare il ministero e Chiese alla svolta (quest’ultima dedicata a me e te ne sono grata!) sono le tue recenti pubblicazioni. Ci accenni brevemente la tua prospettiva?
Credo di averlo già fatto e che non sia necessario insistere oltre. Mi concedo uno stile da pamphlet. È il privilegio dell’età. Vorrei davvero una riforma della Chiesa, radicale e profonda. Un ripensamento del ministero e dei ministeri. Una sorta di rifondazione non per nostalgia di un tempo che forse non c’è mai stato, ma perché con gli strumenti che abbiamo, insistere su certi modelli sacrali (perciò profani) è peccare contro lo Spirito.
So che hai seguito il recente Sinodo sulla sinodalità alternando attese e delusioni. Cosa è per te una chiesa “veramente” sinodale?
Non è che mi aspettassi molto dal Sinodo. Comunque un po’ delusa lo sono stata. L’Istituto aveva dato il suo contributo con un convegno a mio parere ben riuscito. Ma, a parte due riscontri di circostanza non mi pare sia passato niente di quella riflessione a più voci. Per me, a dirla con il citatissimo Crisostomo, sinodo è sinonimo di Chiesa. Una Chiesa sinodale è quella che si sa in cammino in tutte le sue componenti e perciò è in discernimento permanente su di sé e sulla storia. Il discernimento è arte collettiva che coinvolge tutti perché nella Chiesa non c’è niente a cui il popolo di Dio sia estraneo. Cos’è il sensus fidei se non che il prodotto ultimo di questo discernimento viscerale che in forza dello Spirito chiama tutti i/le christifideles a esprimersi e a convergere così da formulare il più correttamente possibile la fede che li anima e la speranza a cui sono chiamati?
Oltre all’ecclesiologia e alla questione femminile, hai privilegiato anche la ricerca mariologica. Quale è secondo te oggi lo status quaestionis della mariologia?
Direi che batte la fiacca. Per un verso viene amplificato sino all’inverosimile il rapporto Maria Chiesa tanto da affermare che Maria è la Chiesa e la Chiesa è Maria, per un altro si scade nella rimozione di lei come tema teologico. Personalmente ho puntato sulla dimensione sororale e sul rapporto Maria Chiesa per riconoscere alla Madre del Signore la sua appartenenza al popolo di Dio. Confesso che tante mi sembrano fantasie teologiche. Sono sempre stata a favore di una mariologia sobria ed equilibrata che metta insieme con misura il referente cristologico e quello ecclesiologico.
Nella tua produzione mariologica hai fatto proprio il paradigma della via pulchritudinis. Ci dici qualcosa?
Difficile per me riassumere uno dei contributi, a me più cari, legato al conferimento del premio “René Laurentin pro ancilla Domini”. Tutti si aspettavano che parlassi delle donne e Maria e invece mi sono aperta a una dimensione sin lì poco visitata. In gioco vi è lo Spirito Santo e il suo agire in Maria così da renderla pneumatofora e pneumaconforme. Il che dice la bellezza come eccedenza che il Digitus Dei disegna in esuberanza di grazia.
Hai sempre guardato Maria “con occhi di donna”. Pensi che la mariologia attuale abbia bisogno del contributo delle donne?
Ho mutuato l’espressione da Maria Teresa Porcile Santiso, la teologa uruguaiana prematuramente scomparsa. Si, ci vuole l’occhio delle donne per rimediare ai transfert teologici dei chierici e alle esagerazioni del popolare in certi aspetti prossimo più al paganesimo che alla fede cristiana. Ben vengano i contributi delle donne e non solo nel dire Maria!
Nel trapasso culturale che stiamo vivendo, quali sono secondo te i problemi più urgenti? quali le priorità?
Prioritario è rivendicare la pace come nome proprio di Dio. Il che è tutt’uno con il dirne la misericordia. Basta con questo Dio preso a prestito per uccidere e violare. La buona notizia è nel segno della pace. Questo il saluto del Risorto ai suoi. Bisogna impegnarsi nella elaborazione di una teologia relazionale che metta al centro il mistero di un Dio che ama e perdona e chiede a noi tutti di amare e perdonare e rovesciare i modelli potenti e prepotenti che negano di riconoscere a tutti e tutte d’essere a immagine di Dio.
Oggi la teologia è chiamata ad accogliere le sfide della storia, a prestare un’attenzione dialogica alle domande della storia e ai bisogni/desideri della condizione umana. Quali sono, secondo te, i temi che la ricerca teologica dovrebbe inserire nella propria agenda?
Ti ho già risposto.
Ti porto sulle questioni geo-politiche attuali: guerre/pace/riarmo/fame/ingiustizie sociali, ecc. Quale è il tuo pensiero? Sei pessimista? Preoccupata? Quale è, secondo te, il ruolo della chiesa in questo contesto? Quale il compito della teologia?
Guardo con preoccupazione il futuro. La mia generazione si era illusa circa un futuro di pace e di progresso, di dialogo e di rispetto reciproco. Oggi di fronte a dittatori folli, osannati e idolatrati, dinanzi al disprezzo delle regole e dei diritti propri dei popoli come delle singole persone, mi chiedo come sia stato possibile imbarcarsi in questa deriva. Però la speranza non delude. Alla fine non prevarranno. Purtroppo non so quale sarà il prezzo pagato ai despoti di turno che si sostituiscono a Dio per disegnare un mondo che è il contrario esatto di quello predicato da Gesù di Nazaret o più in generale dai grandi protagonisti delle maggiori tradizioni religiose. Ne usciremo, ma, ripeto, a che prezzo? La Chiesa ha bisogno di far spazio allo Spirito, di testimoniare la presenza dello Spirito che piega ciò che è rigido, guarisce ciò che è malato, ristora ciò che è arido, scalda ciò che è gelido. Se lo urleremo e testimonieremo faremo la nostra parte. Lo spero con tutta l’anima.
Detto altrimenti vorrei che come Chiesa ci opponessimo a tutti i processi in atto di de-umanizzazione, che lottassimo e denunciassimo ogni disuguaglianza, ogni misconoscimento dei diritti umani, ogni forma di violenza anche di genere. Confesso che mi fa senso sentire parlare di visioni post-umane di post-umanesimo e trans-umanesimo. Non mi sento a mio agio con questi linguaggi… Aggiungo che detesto la visione neoliberista che assume come unico criterio il mercato e il profitto. Su queste questioni vorrei un maggiore slancio profetico di noi credenti.
Un recente libro del teologo domenicano Dominique Collin, ha come titolo Il Cristianesimo non esiste ancora. In un tempo in cui dominano diverse e molteplici visioni del mondo, c’è ancora, secondo te, un futuro per il messaggio cristiano, in un tempo di profonda crisi di senso?
Penso proprio di sì. L’umanità ne ha bisogno.
Recentemente, assieme a Crispino Valenziano, hai dato vita alla Fondazione Accademia via pulchritudinis, di cui sei vice presidente. Ci parli un po’ di questa Fondazione? Quali sono i suoi obiettivi? Quale la sua mission? Quali le sue attività?
Come dice il nome stesso si tratta di operare promuovendo bellezza con particolare attenzione al Mediterraneo, mare tragico, sudario di morti senza nome, scenario di guerre antiche e nuove. Ciò nel duplice registro delle disparità di genere e dei beni culturali cultuali. Insomma una palestra di dialogo che colga la bellezza come il filo rosso sommerso che ci connette gli uni agli altri, proprio grazie alle differenze, mai vulnus ma sempre ricchezza.
Un’ultima domanda che riguarda la tua esperienza personale. Ti è capitato di sperimentare delusioni e solitudini?
Tante volte. Ma tutto è grazia e a ottant’anni lo dico con grata convinzione.
Cettina, te la senti di fare un bilancio della tua vita?
Ti ho già dette tante cose. Se vuoi possiamo chiudere con il messaggio che ho inviato alle amiche e agli amici la vigilia dei miei 80 anni. In qualche modo ho fatto il bilancio e ti ripeto – sulla scia lunga di Giovanni Crisostomo – grazie a Dio di tutto e per tutto.
«Domani compirò 80 anni. Vi chiedo di unirmi a me nel ringraziare Dio per i molti doni con cui mi ha accompagnato in questi decenni. Grazie per i miei genitori, per mio fratello, per mia sorella. Grazie alla rete familiare allargata, nipoti, pronipoti, cugini. Grazie ai tanti tantissimi maestri, colleghi, allievi, amici. Grazie a ognuno e a ognuna di voi per esserci stato.
Siete davvero tanti quelli a cui devo molto. Alcuni non ci sono già più… A tutti e a tutte la mia gratitudine più profonda. Senza di voi non sarei ciò che sono e ciò che spero d’essere in futuro.
Ho dovuto azzerare per tre volte il mio progetto di vita. Questo mi ha fatto toccare con mano il mio limite di creatura. Ciò malgrado non posso che riconoscermi figlia di un tempo di cambiamenti felici, parlo del Vaticano II, e pure soffrendo per la sua profezia inascoltata, mi resta il privilegio d’aver vissuto una stagione singolare, ricca e creativa.
Ora per me il tempo si è fatto breve, ma questo non è motivo di tristezza o di disimpegno. A ogni tempo la sua ragion d’essere e sempre e comunque sul filo saldo e tenace della speranza. Altri raccoglieranno il testimone e cammineranno sulle piste che la mia generazione ha appena intraprese.
A me e a voi tutti l’augurio oggi più urgente e lacerante: il coraggio di testimoniare e agire per una pace disarmata e disarmante, l’unica degna di una umanità che riconosca come reciproco necessario e necessitate dono la ricca diversità delle sue molteplici membra.
Auguri a voi e a me. A tutti e tutte un abbraccio forte e grande. 22 luglio 2025».

