RIPRENDIAMOCI IL CONCILIO

Il tema impone una domanda semplice: Che vuol dire “riprendersi” il Concilio”? Perché riferirsi a un evento che appartiene a un passato ormai lontano di ben 60 anni?

Una prima risposta sintetica ce l’ha data Benedetto XVI in una intervista, rilasciata in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario del’inizio di quell’avvenimento straordinario, in cui egli risponde dell’importanza del Concilio Vaticano II. Un evento grandioso che diede al mondo intero la dimostrazione visiva dell’universalità della Chiesa: circa 2440 vescovi (2090 da Europa e continente americano, 408 dall’Asia, 351 dall’Africa e 74 dall’Oceania) riuniti in San Pietro per dialogare con la modernità. IL vecchio Papa, tra gli ultimi testimoni che hanno partecipato al Concilio, ha definito l’evento come “gli stati generali, lo spartiacque che ha cambiato il volto della Chiesa”. Un atto solenne con cui Essa si é messa in gioco per rinnovare se stessa e rapportarsi col mondo. I lavori conciliari, infatti, produssero ben 4 Costituzioni dogmatiche, 3 Dichiarazioni e 9 Decreti. Un risultato importantissimo con cui è stato avviato un profondo rinnovamento nelle chiese locali di tutto il mondo.

La seconda risposta è data dalla paradossale costatazione che, dopo 60 anni, i documenti principali di quel Concilio risultano interpretati e applicati in maniera riduttiva o completamente disattesi. Infatti, in molte realtà ecclesiali, soprattutto nella nostra Sicilia, il processo di rinnovamento attraversa un periodo di stasi e di involuzione rispetto a quanto prevedono i testi conciliari che indicano un percorso attraverso strade molto più avanzate nel confrontarsi con la cultura e nella comprensione delle esigenze del mondo in cui viviamo.

Le due tendenze che si confrontarono durante i lavori conciliari, quella che reclamava la continuità alla Tradizione e l’altra che richiedeva le riforme per attuare un profondo rinnovamento nella Chiesa, continuarono a confrontarsi anche dopo che i documenti furono approvati e promulgati e i lavori furono completati.

Dopo i primi anni, vissuti con entusiasmo per le novità che si introducevano nella vita della Chiesa, il tema ricorrente diventò la valutazione dell’eredità del Concilio. Le critiche alle sue conclusioni e agli effetti delle prime applicazioni costituirono il grande tema sul quale la Chiesa cattolica si è divisa negli ultimi sessant’anni.  Gli ambienti della conservazione, rivendicando il principio delle verità eterne, hanno cercato di azzerare qualsiasi novità ritenendole in contraddizione coi pronunciamenti dogmatici dei precedenti Concili e denunciandone la rottura con essi. Alcuni in maniera esplicita (Marcel Lefebvre), altri in maniera subdola, si sono operati in mille modi per cancellare le innovazioni o, almeno, per renderle innocue annacquandole entro regole e formalismi che hanno finito per distorcere completamente il significato di un cammino che sembrava essere molto promettente.

Le conseguenze di tale boicottaggio si sono riversate su molti aspetti degli insegnamenti conciliari la cui applicazione risulta ancora problematica. Il ruolo dei laici nella Chiesa, siano essi uomini o donne; la conoscenza diffusa della Sacra scrittura; l’esercizio dell’autorità e la prassi con cui le comunità cristiane vengono intese e gestite; lo sguardo a coloro che non credono e i rapporti ecumenici, risultano ancora materia da esplorare e costruire.  La pandemia che ci ha investito non ha fatto altro che mettere ancora di più allo scoperto l’inconsistenza di pratiche religiose irrilevanti e l’incapacità di concentrarsi sull’essenziale del messaggio evangelico.

 Alle tesi di chi reclama la continuità con la Tradizione si può ribattere che gli stessi padri conciliari, di continuo e in maniera sistematica si collocano nella Tradizione e attingono ad  essa. Il Vaticano I, quello di Trento e tutti gli altri testi dogmatici vengono citati metodicamente; vengono riportati dichiarazioni dei pontefici (Pio XII 55 volte), si fa largo riferimento al pensiero dei Padri e dei Dottori della Chiesa, come S. Agostino, San Tommaso d’Aquino ecc. Questa costante metodologia praticata nei testi del Vaticano II dovrebbe indurre a pensare che i Padri conciliari non abbiano inteso creare alcuna rottura con La Tradizione. Al contrario che abbiano operato la loro specifica ermeneutica della Tradizione e ne abbiano offerto una interpretazione che comprova la coerenza tra la Tradizione e il rinnovamento che il Concilio era stato chiamato a compiere.

In quanto all’argomento forte degli ambienti tradizionalisti, che la verità è immutabile, si tratta di un’affermazione vera ma astratta. Essa, infatti, non è applicabile automaticamente alle verità di fede che intendono definire il mistero della verità divina con linguaggio umano. La verità non può essere a corrente alternata e quindi variabile, lo sappiamo, ma il linguaggio umano è inadeguato per esprimere l’Assoluto. Per usare l’immagine di Sant’Agostino, ci si ritrova come il bimbo che sulla spiaggia vuole vuotare il mare col secchiello. La verità che noi annunciamo è incommensurabile con la Verità piena e totale che è Dio stesso. Perciò i testi della Tradizione, Vaticano II compreso, testimoniano non la verità definita in maniera completa e totale, ma il suo costante e progressivo approfondimento e sviluppo; la crescita, mai completamente esaustiva, della comprensione delle verità della fede nel tempo.

Altro argomento usato spesso in modo intenzionalmente riduttivo è quello di disquisire sul carattere vincolante dei documenti. Si sostiene che si tratta di documenti dal carattere soltanto pastorale, quasi che nell’esercizio del ministero di pastore si possa raccontare una verità diversa da quella dogmaticamente definita. Papa Giovanni XXIII spiegava il carattere pastorale che avrebbe dovuto assumere il Concilio affermando che la Chiesa avrebbe dovuto “esporre più chiaramente il valore del suo insegnamento” per venire incontro al mondo moderno. Il compito pastorale del Concilio era, dunque, quello di esporre, chiarire le verità di fede interpretando i “segni dei tempi”, piuttosto che formulare affermazioni categoriche e lanciare anatemi. La Chiesa, diceva, preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che condannare.  La preoccupazione di Papa Roncalli, in definitiva, non era quella di giungere a una determinatio fidei, piuttosto, quella di offrire una testimoniatio fidei.

Infine, è necessario fare un accenno a quegli ambienti che facevano e fanno tutt’ora riferimento a una posizione di “equilibrio” esibendo come spauracchio la “preoccupazione degli eccessi”. Per prudenza, soprattutto in campo liturgico, sono state tarpate le ali ad ogni esperienza creativa locale, ritornando al formalismo rituale e al conformismo unanime alle regole piovute dall’alto. Così operando, i testi conciliari risultano costantemente svuotati della loro forza innovativa riportando il clero nelle sacrestie e “i fedeli” nelle pratiche devozionali preconciliari.

Da quanto detto si potrebbe concludere che soprattutto in alcune realtà locali italiane, l’influenza dei tradizionalisti abbia prevalso rispetto alle correnti più innovative del mondo cattolico.  D’altra parte, lo stesso P.P. Francesco, continuamente e in linea con le costituzioni conciliari, è portato ad ammonire il clero di spogliarsi della mentalità clericale e raccomanda a tutta la Chiesa di uscire fuori dal recinto ecclesiastico superando gli atteggiamenti autoreferenziali per predicare al mondo la salvezza del Signore Risorto.

Ci si chiede a questo punto da dove ripartire per riscoprire lo spirito e la lettera del Concilio. Si possono proporre sinteticamente due indicazioni conciliari tra quelle maggiormente disattese.

Leggere, studiare e meditare la Parola di Dio è il primo compito basilare che la Costituzione Dei Verbum ha assegnato a ogni cristiano affinché possa conoscerla, meditarla e farla propria nella vita quotidiana. Tutto il popolo cristiano è esortato a prestare ascolto alla Parola di Dio, e non è solo il magistero, per dar vita allo sviluppo della Tradizione. Vi partecipano, dunque, anche i teologi e le teologhe e ogni persona battezzata in quanto dotato del sensus fidei.

La seconda indicazione deriva direttamente dalla Sacra Scrittura e traccia la strada per vivere la fede sull’esempio della prima comunità cristiana, la chiesa delle origini, com’è descritta negli Atti degli Apostoli 2,41-47 e nelle Lettere. Come la storia ci insegna, il riferimento alle comunità cristiane delle origini del cristianesimo è stato il riferimento fondamentale e costante per ogni movimento di rinnovamento e di riforma della Chiesa.

Riprendersi il Concilio significa, dunque, fare pulizia delle scorie interpretative che lo hanno stravolto per ricominciare a vivere la fede nel solco dello spirito e della lettera che i documenti conciliari contengono, in particolare lasciandosi ispirare quotidianamente  dalla Sacra Scrittura, e testimoniando la  sequela di Cristo  in comunione  con tutti i battezzati che formano quella riunione di santi  chiamata col termine Ecclesia.

La fede nel Signore Risorto, infine, comporta per tutti i cristiani (cattolici, ortodossi o protestanti) il confronto costante con la realtà concreta in cui si vive, con le situazioni di gioia o di dolore, di sopraffazione o di solitudine che si devono affrontare nella vita di tutti i giorni in modo da poter cogliere il significato degli eventi e offrire ai nostri prossimi un gesto di fraternità, di vicinanza, di speranza.

Incarnare il Vangelo nell’oggi, sapendo cogliere “i segni dei tempi” (Mt.16,2-3; Lc.12, 56-57), cioè i segni di speranza, era il compito che Papa Giovanni XXIII volle assegnare al Concilio; quel compito risulta ancora inevaso.

Infine “riprendersi” il Concilio significa adoperarsi per attuare quel radicale cambiamento del volto della chiesa di cui parla Benedetto XVI. Significa ricominciare il commino di libertà, di comunione e di consapevolezza che quell’evento ha prospettato.

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